Conversazione fra Elena Motisi e Fabio Alfano

Elena Motisi, Fabio Alfano

Elena Motisi: Che cosa significa per voi la qualifica di “indipendente”? Perché vi ritenete tali? Come si struttura il vostro gruppo di lavoro?

Fabio Alfano: Vorrei premettere che il Centro Studi Anghelos ha diverse sezioni: quelle che rientrano in questo ambito di ricerca sono ‘anghelos a.a.a. abitare arte architettura’ e il ‘comitato di cittadini per il bene collettivo’, anche se i principi generali valgono per tutte le sezioni.

‘Indipendente’ significa non appartenere e non dipendere da alcuna Istituzione – pubblica, privata, formativa, politica, ecc – in nessun ambito, essere in grado di portare avanti idee e progetti liberi da qualsiasi condizionamento.

Per quanto riguarda il nostro gruppo di lavoro, il Centro Studi è composto essenzialmente da me e mio fratello Marco; di volta in volta, in relazione ai progetti, coinvolgiamo altri soggetti. Io, in quanto architetto, mi occupo maggiormente delle questioni urbane.

Come si declina il concetto d’indipendenza nell’ambito specifico delle discipline architettoniche e urbanistiche? In che termini ne risultano modificati la professione e il progetto?

Nota: Gli strumenti (non solo economici) a disposizione degli architetti indipendenti sono diversi rispetto a quelli forniti a coloro che lavorano con finanziamenti pubblici o privati?

Credo che oggi l’architettura e l’urbanistica, intese come discipline professionali, siano poco indipendenti (specialmente in Italia, in particolar modo al sud) in quanto asservite al tornaconto degli amministratori, dei governanti ma anche dei privati, rinunciando alla qualità architettonica e urbanistica. Quello che invece rimane indipendente è la bellezza – architettonica, urbanistica – che, nonostante tutto, sopravvive come esigenza innata nelle persone.

Gli strumenti degli architetti ‘indipendenti’ sono certamente diversi, in quanto si sopperisce a un’assoluta carenza di risorse economiche con la creatività, l’invenzione, il ‘fai da te’, ecc…

È possibile parlare di lavoro non profit nei vostri ambiti di attività?

Assolutamente sì. Lo è di fatto. Ciò dimostra che è possibile anche lavorare in assenza di profitto, per perseguire un ideale, per una forte esigenza di cambiamento, perché si ritiene necessario svolgere un ruolo che nessuno adempie. Se imparassimo tutti a mettere a disposizione le nostre competenze, abilità, risorse, a favore di un ‘bene collettivo’ di cui beneficiamo tutti – anche noi – allora le cose cambierebbero più in fretta.

A mio parere le urgenze possono essere occasione di ispirazione per nuovi progetti architettonici. Gli indipendenti di oggi devono auto-inventarsi temi di progetto in relazione alle necessità del contesto in cui vivono? A questo proposito, individuando una criticità e un potenziale, è possibile darsi una risposta con le modalità proprie di un progetto Self-Initiated? In che condizioni può quindi esistere l’auto committenza?

In Italia, e in particolare in Sicilia, ci sono sterminati territori – urbani ed extraurbani – da risanare, riqualificare, reinventare, e c’è un’assoluta carenza amministrativa e governativa in tal senso. È quindi assolutamente necessario, in questo momento, sopperire a tale mancanza con idee e progetti provenienti dal basso capaci d’individuare “luoghi chiave”, riconoscerne le esigenze primarie e saperle trasformare in programmi di lavoro che definiscano e avviino i processi trasformativi, ricercando anche le risorse.

A proposito delle modalità di lavoro: che cosa vuol dire per voi lavorare con i cittadini? Quali sono le strategie per un lavoro condiviso?

Le nostre città sono delle grandi case rotte ma abitate, e chi le vive non tollera più le imposizioni dall’alto, verso cui non si ha più fiducia. Essendo stato quindi superato abbondantemente il limite di sopportazione, i cittadini vogliono essere assolutamente parte attiva nei processi di trasformazione degli spazi che appartengono loro.

È necessario dare loro un ruolo. Qual è questo ruolo? Certamente non quello di realizzare i progetti al posto degli architetti, piuttosto di esprimere le proprie esigenze abitative e di partecipare, nella fase finale, a una scelta dei progetti migliori che gli architetti hanno ideato nell’ottica di trasformare le loro ‘esigenze’ in ‘spazi’.

Le città si devono pertanto trasformare attraverso un’interazione collaborativa e sinergica tra cittadinanza, professionalità e amministrazione; quest’ultima deve avere il ruolo di coordinare e portare avanti questi processi integrati.

A mio parere, ci sono alcuni temi come le emergenze legate ai migranti (possibili soluzioni per l’accoglienza,…), lo spreco edilizio e il derivante abbandono (usi alternativi dell’ incompiuto,…), il rapporto critico con il territorio (orti urbani,…) e la crisi politica generalizzata, che possono essere considerati come punto di inizio per attività di progettazione di collettivi indipendenti. Qual è la vostra opinione? Credete che la soluzione a queste criticità possa essere trovata in un ambito istituzionalizzato o al di fuori di questa cornice?

Quelli che citi sono certamente temi di grandissima attualità e urgenza, al centro dell’iniziativa di molti soggetti attivi, tra cui noi. La soluzione a queste criticità deve assolutamente passare da un ambito istituzionale ma certamente non da quello presente, che non è in grado – e soprattutto non è interessato – a risolvere queste emergenze.

Il lavoro che sta avvenendo dal basso, dalle iniziative personali di piccoli e grandi gruppi, dagli architetti che tu chiami ‘indipendenti’, serve proprio a evidenziare queste criticità, a sottolineare l’incapacità di questa classe dirigente a risolverle, a mostrare soluzioni e metodi possibili e ad affermare la necessità di un rinnovamento radicale di chi deve occupare i posti di comando istituzionali.

Quanto la politica influisce sul vostro lavoro? La pressione politica rappresenta uno stimolo o un limite per gli architetti indipendenti?

La politica in questo momento è paradossalmente un limite – in quanto non fa e non fa fare – ma anche un forte stimolo: è, forse, la motivazione principale del nostro lavoro, perché, essendo così lontana e di ostacolo al raggiungimento di obiettivi come qualità, bellezza, architettura o bene comune, ci costringe a scendere in campo, anche con ruoli che normalmente non ci competono. È così che siamo chiamati a svolgere il lavoro che stiamo portando avanti.

Trovate che ci sia una corrispondenza tra territori caratterizzati da conflitti e la presenza di gruppi indipendenti? Si può dire che l’intensità della presenza di questi collettivi e delle loro azioni tende a sovrapporsi alla mappa delle emergenze o degli squilibri geopolitici? C’è un rapporto tra le condizioni di conflitto in cui si opera e il modo in cui cambia il paradigma della progettazione architettonica?

Certamente, c’è una forte corrispondenza: maggiori sono le emergenze e i conflitti, maggiore la necessità di intervenire, maggiori i gruppi che si formano. Qui a Palermo, per esempio, sono nati in questi ultimi anni moltissimi nuovi comitati, collettivi o associazioni, molti dei quali, però, hanno avuto vita breve.

Il paradigma della progettazione architettonica ovviamente cambia, non tanto riguardo le istanze universali dell’architettura, ma riguardo le modalità di realizzazione, i processi, gli attori coinvolti e le finalità.

Parlando di strategie, esiste una modalità di progettazione indipendente univoca o alcune linee guida che possano essere strumento di una nuova modalità di intervento in linea con le esigenze del contemporaneo?

Una modalità di progettazione indipendente univoca non può esistere; temi ricorrenti, principi comuni, modalità d’intervento costanti, sì. Questi sono la ‘partecipazione’ e le ‘collaborazioni’ alle quali abbiamo già accennato come metodologie privilegiate, o anche l’intervento urbano a micro scala – più facile da gestire – o il riuso, il riciclo, l’ecologico, il sostenibile, il ritorno alla natura, quali principi sempre più sentiti.

Quale tra i vostri progetti ha rappresentato un’azione efficace nell’ambito dei temi da voi indagati?

Nell’ambito dei progetti riguardanti direttamente l’architettura, direi i ‘concorsi di micro riqualificazione urbana’ indetti in questi anni, che hanno avuto il compito di mostrare processi virtuosi, applicati in piccolissimi frammenti urbani ma estendibili a tutte le ‘scale’ della città. Questi concorsi producevano soluzioni fondate sulla ‘partecipazione’, individuavano le professionalità necessarie (per esempio gli architetti coinvolti attraverso l’Ordine) e le mettevano in relazione con l’amministrazione comunale coinvolta. I concorsi si sono svolti nel migliore dei modi, hanno coinvolto la cittadinanza che ha espresso con entusiasmo le proprie esigenze e ha partecipato (online) alla fase finale della scelta dei progetti vincitori. L’unica parte che non ha funzionato è quella relativa all’Amministrazione comunale che, nonostante gli accordi presi (la realizzazione attraverso i cantieri comunali) e nonostante il fatto che non avrebbero dovuto neppure finanziare tali progetti, non li ha realizzati, fregandosene altamente di tutto il lavoro svolto.

Vorrei citare altri due progetti di carattere più generale molto importanti e innovativi. Uno è la redazione di un nuovo Statuto comunale per la città di Palermo – ‘Amministrare con i cittadini’ – a cura nostra e di molte altre organizzazioni civiche coinvolte, che ha lo scopo di definire un nuovo modello amministrativo che obblighi a una programmazione condivisa, un’effettiva partecipazione dei cittadini, la trasparenza degli atti e la qualità delle scelte. Questo nuovo Statuto[1], che rivoluzionerebbe anche il modo di trasformare fisicamente la città, sta trovando – com’era prevedibile – una serie di ostacoli per la sua approvazione, ma ha certamente avviato un grande processo di cambiamento culturale per la città e soprattutto di presa di coscienza da parte dei cittadini dei loro diritti e del loro potere.

L’altro progetto in corso è l’appello ‘SOS Palermo La bellezza necessaria’[2], firmato tra gli altri da centinaia di architetti, che denuncia il disastro architettonico, urbanistico e ambientale della città in questi ultimi decenni. Esso afferma il diritto dei palermitani di riappropriarsi della bellezza perduta, crea una ‘questione Palermo’ anche a livello nazionale e internazionale, definisce e propone nuove soluzioni per la città sia dal punto di vista amministrativo (richiamando il nuovo statuto citato) che architettonico e urbanistico.

Lavorando in aree “di crisi”, i tempi del processo progettuale risultano modificati: trovate ci sia una corrispondenza tra l’accelerazione nell’iter progettuale e l’innovazione del risultato?

I tempi possono essere lunghissimi in quanto alcuni passaggi del processo messo in atto non sono controllabili poiché dipendono da altri, per esempio dalle amministrazioni. Talvolta non si riesce a portare a termine il processo, come nel caso dei concorsi di micro-riqualificazione citati. Tuttavia poco importa, poiché in questo momento mostrare ‘processi’ è altrettanto importante che esibire ‘risultati’.

Potete raccontarci brevemente il progetto sulla micro riqualificazione architettonica TRASFORMARE IL BRUTTO? 

Trasformare il brutto[3] è una pubblicazione/manifesto su una possibilità e necessità, ma anche su un’esperienza in atto a Palermo e più generale in Sicilia: la ‘trasformazione’ del brutto realizzato dal dopoguerra a oggi. È una raccolta di articoli, progetti universitari, ma anche professionali o proposti dalla cittadinanza, che descrive come sia possibile dare qualità architettonica all’edilizia banale e volgare esistente (l’edificio residenziale, il cosiddetto ‘condominio’) e a una serie di micro-aree urbane che non hanno mai avuto identità. Attraverso questa pubblicazione, che regaliamo ai cittadini, questi ultimi possono comprendere che la trasformazione è possibile.

Le tematiche da voi affrontate sono correlate ad altrettante emergenze caratteristiche del vostro territorio o dei territori in cui operate? Essere isolani rappresenta un limite o una potenzialità in questo senso?

Sì, le tematiche da noi affrontate, come già detto, sono strettamente correlate al nostro territorio. Se non ci fosse questa devastazione, questo immenso degrado, questa quantità insopportabile di brutto e totale assenza di cultura architettonica e di qualità, la nostra attività non avrebbe senso.

Essere isolani è certamente un limite, in quanto essendo ‘isolati’ non possiamo godere di tante opportunità di cui beneficiano territori maggiormente connessi, a livello conoscitivo, di esperienze, di scambi, ecc. Allo stesso tempo, però, è una grande potenzialità: appartenere a un tempo, a una società, a una realtà, ma esserne in parte distaccati, consente un punto di vista privilegiato, che genera – laddove ci sia la necessità – processi di cambiamento altrove impensabili. In un’isola si è parte del ‘mondo’ ma, in virtù di un distacco fisico, si è anche ‘osservatori’ di questo mondo e dei suoi processi. In Sicilia poi, per ragioni storiche, si aggiunge l’enfatizzazione dei processi che appaiono così del tutto evidenti e maggiormente analizzabili. In quest’isola tutto è portato all’eccesso: periodi e condizioni estremamente positivi (ad esempio il periodo Normanno o quello dei Florio) si sono alternati a tempi e fenomeni del tutto negativi (dominazioni opprimenti, la mafia, ecc). Non ci sono vie di mezzo. Quando il cambiamento si rende necessario, la sua possibilità di realizzazione diventa massima in virtù dello sguardo distaccato e dell’evidenza delle cose, che consentono d’individuare più facilmente gli elementi su cui basare la trasformazione .

È molto difficile che ciò che è avvenuto in passato in Sicilia e che molto probabilmente accadrà in futuro, possa verificarsi in territori con caratteristiche differenti.

Il vostro gruppo lavora prevalentemente a Palermo. È stata una scelta? Come mai non avete voluto operare in campo nazionale e internazionale?

Lavoriamo a Palermo innanzitutto perché ci siamo nati, perché gran parte dell’attività che svolgiamo nasce, come abbiamo detto, in funzione delle problematiche presenti in questo territorio, perché qui si devono e possono fare delle cose che altrove non è necessario fare e che comunque non si potrebbero attuare.

Nel territorio siciliano regna un’estrema disarmonia, sia a livello ‘estetico’ che, ovviamente, ‘etico’ (l’una conseguenza dell’altra). Il nostro lavoro mira al risveglio della consapevolezza nelle persone di una necessità di armonia etica ed estetica che porti alla visione del bello come condizione imprescindibile. Il presupposto che finora ci ha ingannato e che ha legittimato la bruttezza è l’illusione di essere separati da ciò che ci circonda.

Quello che stiamo facendo qui, questo ‘laboratorio Palermo’, potrà certamente costituirsi quale esempio a disposizione di tutti quelli che lo vorranno osservare ed imitare. Così, forse, Palermo riacquisirà il ruolo nazionale e internazionale avuto nel passato.

Note

[1] http://www.sicilia.renurban.com/nuovo-statuto-palermo/

[2] http://www.renurban.com/comitato-cittadinie-bene-collettivo/364/p-p-l-l-o-sos-palermo-bellezza-necessaria-contro-disastro

[3] (http://www.anghelos.org/trasformareilbrutto/)