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La morbida autonomia

di Pietro Gaglianò

Nel 1941 il filosofo anarchico Herbert Read pubblica Poetry and Anarchism, che rappresenta l’apice di una riflessione maturata, dalla fine del Settecento, in seno al pensiero libertario sul rapporto che la produzione culturale può o deve intrattenere con il potere. Read pone la libertà, la varietà e la qualità dell’opera di filosofi, poeti e artisti al cuore dei parametri utili per misurare il valore di una civiltà. Un valore che si riduce o s’incrementa in modo inversamente proporzionale all’autoritarismo dei sistemi di governo: quanto più gravi sono il controllo e la pressione sulla produzione culturale, e quanto più uniforme e compiacente è la risposta di intellettuali e artisti, tanto meno soddisfacente è il livello di evoluzione, ricchezza e complessità delle compagini sociali. L’autonomia dell’arte nella cupa stagione dei totalitarismi costituisce un punto cruciale nei ragionamenti di filosofi e pensatori sulle reali possibilità di trasformazione delle civiltà; e l’osservazione dell’indipendenza politica dell’artista è per Read un metodo abbastanza soddisfacente per la valutazione della società: l’artista, «immerso nel mobile processo della realtà non può sottoscrivere gli statici provvedimenti di una politica. Egli ha due doveri fondamentali: rispecchiare il mondo com’è e immaginare il mondo come dovrebbe essere»[1].

Dopo la Seconda guerra mondiale, dissolto e scongiurato – almeno da questa parte della Cortina di ferro – lo spettro dei regimi dittatoriali, nel mondo nordatlantico il potere ha adottato strategie mimetiche e si è infiltrato in tutti gli strati dell’esistenza individuale e collettiva, nelle sue dimensioni mondane, spirituali, relazionali, assumendo la consistenza proteiforme di quello che il filosofo tedesco Günther Anders ha definito “totalitarismo morbido”[2]: un potere che non ha bisogno di coercizione, essendo i cittadini stessi desiderosi di sottomettersi ai suoi imperativi, all’adeguamento, alla normalizzazione. Si è definitivamente persa la possibilità di organizzare la resistenza contro un avversario riconoscibile in modo chiaro per la sua fisionomia e per le strategie impiegate; impraticabile, quindi, creare uno scontro frontale e fare uscire allo scoperto i portatori di disegni tra loro antagonisti nella geometria del potere. Nel corso degli ultimi decenni, mentre il totalitarismo morbido si è perfezionato con la digitalizzazione delle soggettività e delle relazioni (private, professionali, fiscali), fortunatamente altri fronti sono stati aperti al suo interno, ma con una logica completamente differente rispetto a quella della lotta politica di quasi tutto il Novecento: sono spazi liminali di liberazione che agiscono con obiettivi di trasformazione puntuale e non rivoluzionaria, perseguendo la dimostrazione di una resistenza locale, schiva talvolta, meno radicale ma realistica ed effettiva per le vite dei singoli.

Possiamo quindi chiederci dove si collocano rispetto ai sistemi (politici, economici, etc.) quelli che tutti noi ci siamo abituati a chiamare “spazi indipendenti”, e se la loro produzione culturale sia autonoma o indipendente, o l’una e l’altra cosa. Con autonomia s’intende la capacità di organizzarsi, il potere di darsi da sé le proprie leggi e stabilire di conseguenza il funzionamento delle proprie attività: una sorta di sovranità interna alla propria struttura. Indipendente, invece, è alla lettera chi non dipende, chi non è subordinato ad altre persone o altri sistemi. In questa prospettiva gli “spazi” appaiono sempre meno indipendenti, pronti come sono a costeggiare, nella maggior parte dei casi, le sfere dei poteri, ed essendo peraltro l’immersione in una rete di scambi e filiazioni indispensabile per la loro stessa vitalità e per la sensatezza della loro esistenza. Possiamo però dire che sono autonomi, ripulendo il termine dalle connotazioni più strettamente politiche: sono luoghi sperimentali, aree in qualche modo marginali e quindi parzialmente remote dalle forme di controllo. Senza sottrarsi del tutto al “totalitarismo morbido” (sappiamo che gli animatori degli “spazi” raramente rinunciano a una duplice presenza, tra la contestazione e le lusinghe commerciali e istituzionali) sfruttano l’autonomia di cui dispongono per configurare nuovi modelli e tentativi di libertà.

[1] Herbert Read, Poetry and Anarchism, Freedom Press, Londra 1941, p. 25.

[2] Cfr. Gunther Anders, Die Antiquiertheit des Menschen, 1956 [trad. it. L’ uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale. I, Bollati Boringhieri, Torino 2003].

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