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Intervista a Olga Gambari (NESXT)

di Simone Ciglia

Simone Ciglia: Da due anni NESXT osserva la vasta galassia indipendente che orbita intorno al nostro Paese: nato come festival, recentemente ha allargato la sua struttura a un osservatorio. Quali sono state le ragioni che hanno portato alla nascita di NESXT e alla sua evoluzione?

Olga Gambari: NESXT nasce da un’esperienza lunga ed eterogenea nel mondo dell’arte contemporanea – da un vissuto che comprende un punto di vista più prettamente critico e curatoriale così come quello di un giornalismo di settore, ma anche dalla frequentazione di eventi e luoghi e dalle relazioni con i suoi diversi attori – che nel 2015 mi ha portato a rendermi conto di come fossero le pratiche legate alla dimensione dell’indipendenza quelle più innovative e sperimentali, di avanscoperta e avanguardia. Realtà cresciute spesso sulla scorta di esperienze storiche dalla natura diversa e spesso obliate, che però avevano camminato come radici vive fino al contemporaneo. È antica e spontanea la riflessione sui rapporti tra produzione culturale e potere inteso in senso lato. Questo pensiero si è concretizzato in un progetto condiviso e arricchito da altre figure diventate poi il board di NESXT, che parimenti ritenevano che il mondo dell’indipendenza meritasse un progetto dedicato e costituisse una sorgente e un’energia del contemporaneo. Sin dall’ideazione di NESXT l’Osservatorio ne costituiva una sezione fondamentale, il luogo del pensiero critico e della teoria, così come della memoria e della conservazione di documenti e storie altrui. Una sorta di biblioteca comune in progress, di dialogo e confronto di parola, che è partita concretamente nel momento in cui linee di sviluppo, contenuti e organizzazione sono state mature.

 

Il termine “indipendente” è da tempo al centro di un acceso dibattito nell’ambito della produzione culturale: sembra che sull’argomento non sia stata ancora raggiunta una posizione condivisa. Qual è il significato di questo aggettivo per voi?

Il dibattito sul significato del termine indipendente è importante e vitale per questo ambito, perché tiene alta l’attenzione affinché non diventi una mera etichetta svuotata di significato, come spesso ormai accade. Essere uno spazio indipendente è obiettivamente una moda, la deriva di un atteggiamento sofisticato e superficiale tipico del sistema arte, che produce fraintendimenti e danni, provando a ridurre anche questa dimensione a puro contenitore estetico. Per noi – pur nella eterogeneità di questa galassia, che non vogliano censire e catalogare, ma mappare pian piano dandole voce senza forzature e format – l’essere indipendenti è accomunato da alcuni valori imprescindibili. Prima di tutto la presenza di un progetto e di una processualità al termine della quale ci dev’essere una produzione culturale e di pensiero. Poi la capacità di elaborare un’autonomia per quel che riguarda la propria identità e le pratiche scelte, così come l’auto-organizzazione e il contestualizzarsi nella dimensione collettiva. E ancora, la relazione e la partecipazione come pratica processuale, il legame e la restituzione alla società e al territorio, questi ultimi intesi in un’accezione che parta dal locale. Sembrano categorie astratte ma non lo sono.

 

Qual è l’immagine complessiva che emerge dalla vostra osservazione della scena indipendente italiana? Quale la sua articolazione geografica? Quali sono le peculiarità rispetto al quadro internazionale?

C’è una lunga tradizione che fa da fil rouge a questa dimensione. Filologicamente sono tantissime le tracce che confluiscono nel percorso di analisi sulla necessaria autonomia dell’arte dal sistema e sulla sua costante compromissione. Rispetto alla scena italiana terrei conto comunque delle avanguardie, con il loro rifiuto del museo come luogo dove il potere addomestica l’arte, e partirei dagli anni Sessanta con quell’energia tellurica per i diritti alla libertà individuale e collettiva che divennero soggetti e pratiche di artisti e movimenti. Poi tutto si è lentamente interrato sotto ai bagliori pop degli anni Ottanta diventando un fiume carsico, parallelamente all’avvio del distacco istituzionale e pubblico dai valori della cultura e dell’educazione, al dissolversi della memoria storica così come della progressione temporale per un continuo ed eterno presente, alla disgregazione del concetto di soggettività e dimensione privata con l’epoca digitale e dei social. Alla fine degli anni Novanta dall’esperienza di Oreste e della rete che si costruì attorno per propagazione orizzontale ripartirono visibili le dinamiche del mondo indipendente in forma di relazioni, confronti e condivisone, che via via si sono diversificate fino a una vera esplosione negli ultimi anni. Un fenomeno sparso dal nord al sud del territorio nazionale, in cui alla crisi culturale e sociale, prima ancora che economica, si risponde trovando forme nuove di pratica e produzione artistica. Senza revanscismi o antagonismi però. Infatti molti spazi e realtà indipendenti sono animate da giovani artisti e curatori, immuni dalla sindrome innestata dalla grande crisi dei primi Duemila e prima ancora dal postmoderno. Proprio per questo si dimostrano un laboratorio di osservazione, un vivaio vitale, spesso inconsapevolmente anarchico.

 

Il pensiero e la pratica raccolti sotto la rubrica dell’“indipendenza” si caratterizzano in linea generale per una posizione di differenziazione rispetto a un “sistema” considerato mainstream. A volte tuttavia questa antitesi appare fittizia e l’indipendenza si trasforma in una retorica. Qual è la dialettica che si istituisce fra queste due sfere?

C’è molta retorica sull’indipendenza. È una bandiera che piace portare, un abito alla moda. Per questo spesso molti agitano i fuochi fatui dell’antagonismo e della lotta al sistema, mentre invece cercano solo altre strade per farne parte, magari con la figura del ribelle. È un gioco di ruoli, in cui uno serve all’altro. Una connivenza pericolosa perché contamina e confonde. Colora tutti della stessa tinta stinta. Il sistema naturalmente tende a normativizzare tutto, a inglobare l’anomalia della libertà e del pensiero critico autonomo, creandone cloni formali funzionali alla sua affermazione totalitaria ramificata in forme spesso invisibili e sommerse. Per questo non bisogna cadere nella retorica, anche solo linguistica, di trasformare l’indipendenza in una pantomima o in un atteggiamento.

L’indipendenza la si distingue perché in genere alza poca polvere e lavora, pensa e sperimenta, ricercando strade altre, disseminando piccole puntine appuntite e opponendo un semplice “preferirei di no”, come diceva lo scrivano Bartleby nel racconto di Melville.

 

Quali sono a vostro avviso le potenzialità che caratterizzano le realtà indipendenti nell’ecologia della produzione culturale e quali le criticità con cui sono costretti a scontrarsi – specialmente in riferimento al nostro Paese?

Questo è proprio quello che NESXT sta cercando di capire, esplorando questa dimensione liquida come un nautilus. È l’obiettivo all’orizzonte della nostra navigazione. Le potenzialità sono molte, ogni realtà progettuale un esperimento diverso per radici, processi, territorio, soggetti partecipanti e obiettivi. Ciascuno un piccolo laboratorio, in cui s’intessono fili differenti. Le criticità altrettante, come sempre. Spesso gli spazi indipendenti hanno vite brevi, sono meteore nel cielo dell’arte. Però ciascuno è portatore di idee e dinamiche, così come di energie e coinvolgimento che sono semi e guizzi, segmenti di una galassia luminosa con cui il pensiero critico e libero di secolo in secolo continua a essere paradigma di riferimento.

 

Una delle maggiori urgenze che un gruppo/spazio indipendente si trova ad affrontare interessa il supporto economico. Qual è e quale dovrebbe essere secondo voi una struttura organizzativa equilibrata per sostenere la produzione indipendente?

Il problema della sostenibilità è centrale ed è un tema spesso affrontato in maniera anacronistica e rigida. Denaro e libertà non sono inconciliabili: pensiamo per esempio al modello del movimento cooperativo, che ha oltre duecento anni di storia. Per sperimentare a livello di pensiero e di pratica bisogna essere liberi di farlo, prima di tutto a livello di esistenza quotidiana primaria. Quindi, anche il concetto di no profit va inteso in un’accezione diversa e non considerato tout court.

Rispetto all’Italia, penso a una struttura centrale e operativa con una sede attrezzata e mobile per accogliere progetti interdisciplinari, che si articoli anche in luoghi altri attraverso collaborazioni con istituzioni pubbliche e private così come con spazi indipendenti internazionali. Una realtà pubblica partecipata da privati, totalmente autonoma nel suo agire, secondo uno statuto fondativo e un comitato scientifico a incarico determinato, dove compaiano figure plurali per formazione, ambiti, generazioni. Centrali le residenze e gli scambi, così come la possibilità di offrire la possibilità di realizzare progetti e di avere spazi a disposizione per lavorarci. Un fieri costantemente aperto al pubblico, che si relazioni con il territorio. Insieme un programma di eventi in cui il momento della parola rivesta sempre un ruolo di elaborazione dei dati, di messa a fuoco, di creazione di una piattaforma di confronto.

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