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SPAZIO Y

Via dei Quintili, 144, Roma, Lazio, Italy

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Augmented Rome

18 September 2019 - 18 October 2019

Via dei Quintili 144, Roma, Roma, 00187

Augmented Rome|Priscilla Pallante

 

A cura di Niccolò Fano

 

Installazione multimediale di Priscilla Pallante, caratterizzata da un’inedita mappatura sonora e visiva della città di Roma.

 

Inaugurazione 18 settembre 2019 – Spazio Y

Inaugurazione 25 settembre 2019 – CURVA PURA

 

Finissage 18 ottobre 2019 – CURVA PURA

Finissage 26 ottobre 2019 – Spazio Y

 

COMUNICATO STAMPA

 

Due mostre un unico progetto!

 

Curva Pura e Spazio Y sono lieti di presentare Augmented Rome, una personale di Priscilla Pallante a cura di Niccolò Fano. La mostra diffusa aprirà al pubblico nella sede di Spazio Y mercoledì 18 Settembre 2019, seguita dall’inaugurazione negli spazi di Curva Pura mercoledì 25 Settembre 2019. Augmented Rome resterà visibile fino al 19 ottobre 2019. Il progetto multimediale della giovane artista – presentato al pubblico con due installazioni progettate per i rispettivi spazi – nasce da un disagio nel rapportarsi con la città, cercando in essa una nuova chiave di interpretazione basata sul disfacimento di un’architettura visiva radicata nell’immaginario collettivo da decenni di produzione fotografica. Ascoltare Roma è rendersi conto di essere sopraffatti da una bulimia acustica invalidante, che mette in crisi il concetto di silenzio, rendendo fortemente labile il limite tra armonia ed inquinamento acustico. Il suono diviene quindi il mezzo eletto per raccontare un luogo, attraverso immagini generate dalle vibrazioni sonore che ci circondano, volte a mettere da parte il visibile, cancellarlo e ricostruirlo in una realtà aumentata; una controfigura della nostra, semplificata nella forma ma amplificata nella percezione, nella quale l’invisibile diviene materia e rappresentazione di essa. Augmented Rome è il ritratto grottesco di una città dalle mille contraddizioni, un’ode a Roma e alla sua bellezza invadente. Una Roma aumentata, amplificata, che si svela nell’invisibile, nello spazio “vuoto” occupato dalle onde sonore.

 

quella massa invisibile

5 domande a Priscilla Pallante

Niccolò Fano: Nonostante il breve percorso, il tuo lavoro viene spesso collocato nella categoria astratta della fotografia fine art, concettuale, chi ne ha più ne metta. So che di questo abbiamo parlato a lungo e che l’etichetta non calza come prima. Introduciamo brevemente il rapporto che hai con il mezzo fotografico, per arrivare ad una definizione (se esiste) più accurata della tipologia di ricerca artistica che porti avanti.

Priscilla Pallante: Non amo il termine concettuale, di conseguenza se dovessi utilizzare una definizione esatta preferirei quella di ricercatrice. Non mi sento allineata con coloro che definiscono post fotografia i tanti esperimenti contemporanei del mezzo, annunciando contemporaneamente la morte della fotografia; non sono pronta a relegare il mezzo alla definizione di “traccia fisica di un oggetto su un supporto sensibile”, ma amplierei il suo campo d’azione alla ricerca della rappresentazione, che può quindi servirsi di strumenti apparentemente distanti dal suo modus operandi, ma che in realtà dimostrano la stessa propensione alla costruzione delle immagini.

NF: Di strumenti distanti dalla fotografia ne hai usati molti, Augmented Rome a mio avviso colma ed evidenzia con grande consapevolezza i limiti del mezzo fotografico nell’ambito di tematiche come la tua, ad alto tasso di complessità descrittiva. Sarebbe importante soffermarsi brevemente su quali sono stati i medium che hai affiancato alla fotografia e in che modo li hai adoperati nella versione finale (espositiva) del progetto.

PP: “Realtà della fotografia” di Giacomo Daniele Fragapane è stato un libro che mi ha dato la spinta decisiva verso la direzione lungo la quale cammino ora, in equilibrio su una fune sottilissima tra la fotografia e tutto ciò che viene considerato lontano da essa. Mi sono avvicinata a piccoli passi verso il virtuale, ero affascinata dalle modalità di rappresentazione della realtà creata al computer e mi cimentavo con l’ascesa ed il funzionamento della stampa 3D.

Successivamente mi sono avvicinata al suono, analizzando spettri audio, utilizzando software in grado di convertire i pixel in frequenze – come nel caso di Augmented Rome – servendomi della Cimatica per dare forma a quel peso sonoro che percepivo nella mia città e che non potevo vedere. La Cimatica osserva il disporsi delle molecole di un fluido (ma anche di particelle solide) in geometrie più o meno complesse in base alla frequenza, trasmettendo le vibrazioni sonore attraverso un woofer. Nel mio caso i suoni analizzati sono stati raccolti in spazi aperti e urbani.

Trattandosi quindi di suoni non puri, le figure risultanti si rivelano estremamente coerenti con il dato sonoro in quanto visivamente caotiche, o al contrario, palesandosi inaspettatamente lineari. Si delinea quindi un ritratto complesso di Roma, dove la comparazione tra le immagini raccolte ne determina l’aspetto. Lo stesso lavoro di raccolta dati, sintesi e classificazione è stato fatto sulle strutture architettoniche presenti nelle zone della città prese in esame: ho osservato, semplificato e ridotto gli elementi architettonici a solidi geometrici fondamentali, riproducendo campioni di ogni tipologia (attraverso la stampa 3D) per poi assemblarli in funzione della conformazione dettata dalle caratteristiche del luogo fisico.

Tutti questi elementi sono stati poi utilizzati per ricreare una Roma parallela, il cui aspetto risponde alla mappatura sonora della città e non al dato visibile. Si tratta di immagini stereoscopiche – tridimensionali se viste attraverso gli strumenti giusti, ma attraverso le quali è impossibile muoversi – che aspirano a mettere da parte il visibile, cancellarlo e ricostruirlo in una realtà aumentata, controfigura della nostra, semplificata nella forma ma amplificata nella percezione, nella quale l’invisibile diviene materia e poi rappresentazione.

NF: Augmented Rome parla della nostra città senza riferimenti diretti al tuo posto al suo interno. Non ci presenti una visione esclusiva e privata ma bensì una versione allargata, popolata dal vuoto e pertanto di spiccata democraticità estetica. Come nasce il progetto e dove si colloca il tuo rapporto personale con la città?

PP: La mia analisi è nata in un momento in cui mi sentivo particolarmente sopraffatta da Roma, mi schiacciava anche in assenza di ostacoli, sentivo il peso fisico di qualcosa che mi circondava, ma che non riuscivo a vedere.

L’idea di lavorare sulla mia città natale parte quindi da una forma di violenza auto-inflitta, una ricerca viscerale di un qualcosa (ciò che non vediamo) alla quale non mi sono saputa sottrarre. Ho cercato di osservarla senza esprimere giudizi, di raccogliere dati senza contaminarli con gli innumerevoli preconcetti che ne formano la percezione e l’identità.

NF: La tua Roma ha una superficie visiva volutamente slegata dal campo del reale, un risultato ottenuto studiando ed interpretando la relazione tra vuoto, immagine, percezione sonora e ricerca scientifica. Parlaci della bibliografia di Augmented Rome, del tuo rapporto con i numeri, la Cimatica e la tua ossessione con l’estetica di ciò che non vediamo.

PP: I numeri mi affascinano da sempre e sin da piccolissima mia madre ha favorito questa mia passione con dei libri sul tema. Alcuni dei trucchetti con i numeri, contenuti in quelle pagine, li ricordo ancora. Cominciai a contare tutto, gli scalini che salivo, i passi che facevo, il numero di lettere contenute in una parola. Per me era diventato un rito, talvolta lo è tuttora; una venerazione per il mistero che racchiudono in essi.

Mi ponevo e mi pongo ancora tantissime domande, dalla più complessa alla più banale. Interrogavo mia madre e non la mollavo finché non ottenevo una risposta che mi soddisfacesse, il più delle volte non ne uscivo appagata. Forse è grazie a questa fame di risposte che ho cominciato ad avvicinarmi alla fisica, una materia in perenne dialogo con il funzionamento del mondo. Ho cominciato a chiedermi che forma potesse avere quello che erroneamente chiamiamo “vuoto”, quella massa invisibile che grava sulle nostre spalle mentre camminiamo in città. Ero ostinata, rapita dalle onde sonore ed ero determinata alla loro materializzazione. Dopo aver studiato la storia della Cimatica ed aver letto dei primi esperimenti condotti da Hans Jenny, mi sono spostata sui fondamenti della fisica acustica.

Grazie a questo percorso ho scoperto la bellezza del suono che producono i tram mentre seguono la propria corsa, la bellezza dello spostamento d’aria prodotto dalla metro quando arriva alla banchina, la bellezza di una voce registrata che viene trasmessa all’interno del Pantheon e che rimbalza sulle pareti circolari, girandoti attorno.

NF: Augmented Rome viene presentato per la prima volta grazie alla collaborazione con due spazi che da anni fanno parte di un tessuto culturale, indipendente, di fondamentale importanza per la nostra città. Come nasce questa prima personale e come hai gestito la sfida della mostra diffusa in una città come Roma?


PP: Quando ho cominciato a finalizzare il lavoro mi sono resa conto che la versione ottimale della parte espositiva si sarebbe dovuta sviluppare in più spazi. L’obiettivo è ben presto diventato la necessità di ricreare e favorire lo spostamento fisico nella città, lo stesso che ho intrapreso per la mia ricerca. Augmented Rome è un lavoro che si compone di varie fasi, si presta ad essere smembrato e vissuto contemporaneamente in più luoghi.

Cercavo spazi e realtà indipendenti ai margini del quadrante di Roma con l’intento di trasferire un po’ del centro di Roma nelle periferie che da anni sono protagoniste della resistenza culturale nella nostra città. Il Quadraro ed Ostiense si collocano perfettamente all’interno di queste linee guida ed ho avuto la fortuna di trovare due realtà che con coraggio mi hanno supportato e hanno raccolto la mia sfida.

Da Spazio Y presenterò l’analisi che è stata effettuata sul suono, attraverso un meccanismo che io stessa ho progettato ed assemblato. Dell’installazione progettata per Curva Pura parleremo la prossima settimana. Si tratta, in entrambi i casi, di istallazioni appositamente disegnate per lo spazio con l’obiettivo di favorire un’esperienza fondata sulla tensione sensoriale.

 

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